Era una freddo giovedi mattina , il 25 ottobre del 1956. Gyuri, un vivace ragazzino di tredici anni, non vedeva l’ora di uscire col maglione nuovo che la mamma gli aveva appena comprato.

Il suo appartamento, che condivideva coi genitori e la sorella più piccola Eszter, era quasi di fronte al palazzo del parlamento. Nei due giorni precedenti una gran folla aveva assistito sulla stessa piazza ai comizi del primo ministro Imre Nagy, e quella mattina un carro armato russo vi stazionava proprio nel mezzo, con l’equipaggio che scambiava qualche battuta coi presenti, numerosi anche quel mattino.

La mamma si era recata al mercato di buon ora, lasciando a casa i bambini col marito, mentre la piccola Eszter rimase a casa col padre, non avendo un maglione adeguato a proteggerla dal freddo pungente. Con invidia, guardava Gyuri correre in strada per unirsi alla folla, che andava aumentando in continuazione…

Non molto tempo dopo, dalle vie limitrofe, carri armati e mezzi blindati cominciarono a convergere sulla piazza, mentre personale in borghese ne bloccava l’accesso.

Senza preavviso, cominciarono a partire i primi colpi, e la folla iniziò a disperdersi in tutte le direzioni. Eszter e il padre udivano le raffiche partire dalla strada sottostante, e guardando dalla finestra scrutavano con ansia quei puntini neri che correvano come formiche impazzite.

Circa trecento persone persero la vita quel giorno davanti al parlamento, la strage più grave di tutta la rivoluzione, e ci vollero dodici camion per rimuoverli tutti…Gyuri, che fu trovato dalla madre già semicoperto da un lenzuolo, fu portato a casa e vegliato in cantina per diversi giorni.

Ancora oggi, sessanta anni dopo, non si sa ufficialmente chi sparò sulla folla. Quando ne parlo con Eszter davanti alla stessa finestra, mentre dalla strada entrano le voci allegre dei turisti e gli odori dei ristoranti, mi guarda e mi dice che non sono stati i russi.

Erano ungheresi gli assassini di suo fratello, molto probabilmente agenti della famigerata AVH, la polizia segreta di Rakosi, uomo forte di Stalin in Ungheria.

Ѐ paradossale che la rivolta del ’56 sia partita il 23 ottobre dai funerali celebrativi decretati dal governo per la riabilitazione di László Rajk, dirigente comunista e organizzatore dell’apparato di sicurezza dello stato e in particolare dell’AVH.

Rajk fu impiccato nel 1949 dagli stalinisti a causa di una lotta di potere all’interno del partito, dopo un processo-farsa, al termine del quale confessò sotto tortura di essere una “spia di Tito” e un “agente dell’imperialismo”.

Al termine dei funerali, alcuni operai delle officine Csepel armati di fiamme ossidriche abbatterono la famosa statua di Stalin che si trovava all’ingresso del Varosliget, il più grande parco della città, di cui rimasero solo gli stivaloni, immortalati in decine di foto d’epoca e dando il via a quelli che in Italia vennero chiamati, in maniera un piuttosto anodina, “i fatti d’Ungheria”.

(Daniele Romeo)

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