È l’Ungheria di Orbán, in cui il governo nazionalista è riuscito a mobilitare solo il 41,32% degli aventi diritto al voto per il referendum anti-migranti, malgrado una campagna ossessiva pagata con fondi pubblici e costata oltre 17 miliardi di fiorini (57 milioni di €). Ma il primo ministro si concentra solo sul prevedibile 98% dei No e tira dritto verso l’ennesima riforma costituzionale.

Domenica 2 ottobre 2016, ore 19: si chiudono le urne del referendum, fortissimamente voluto dal governo di Viktor Orbán, contro le quote di accoglienza dei richiedenti asilo proposte dalla Commissione Europea. Gli ultimi dati parziali relativi all’affluenza alle urne, promessi per le 17.30 dall’Ufficio Elettorale Nazionale ma comunicati solo ben oltre le 18.00, non avevano lasciano molto spazio alle speranze di FIDESZ e KDNP: neppure un miracolo avrebbe potuto fare raggiungere il quorum del 50% più uno dei votanti. La gigantesca montagna propagandistica a base di slogan come “Mandiamo un messaggio a Bruxelles affinché capiscano!” e “Non mettiamo a rischio il futuro della nazione!” ha partorito un topolino che appare ben striminzito in confronto alle attese nutrite dai promotori di questa consultazione: solo il 41,32% dei partecipanti ha espresso un voto valido. Del restante 58,68%, il 52,51% ha semplicemente disertato le urne e il 6,17% ha invece raccolto l’invito del partito satirico del Cane a due code (Magyar Kétfarkú Kutya Párt), dando prova di una fantasia straordinaria nell’annullare le schede referendarie.

In realtà i sondaggi dei giorni immediatamente precedenti davano già come improbabile il raggiungimento del quorum: non a caso lo stesso Orbán, uscendo dal seggio elettorale la mattina del 2 ottobre, aveva dichiarato che certo, un referendum valido sarebbe stato comunque da preferirsi, ma che il parlamento avrebbe tenuto ugualmente conto dell’esito della consultazione referendaria anche in caso di mancato quorum. Gli addetti alla comunicazione della coalizione di governo hanno dunque cercato di spostare l’attenzione dalla validità del referendum alla proporzione dei No: a contare è solo quel 98%, pari a 3 362 224 voti sul totale di 8 272 625 degli aventi diritto. I primi a parlare di “vittoria schiacciante” sono Gergely Gulyás e Zsolt Semjén, rispettivamente vicepresidente del FIDESZ e presidente del Partito Popolare Cristiano-democratico KDNP, nella primissima dichiarazione rilasciata subito dopo la chiusura delle urne, commentando i risultati degli exit poll. Nel disperato e patetico tentativo di smorzare la delusione per un’affluenza ben al di sotto delle aspettative, Gulyás si è lanciato in un ardito raffronto, sottolineando che il numero di ungheresi che dicono No all’insiediamento dei migranti deciso dalla Commissione Europea è superiore a quello di coloro che nel 2003 votarono Sì all’ingresso dell’Ungheria nella Unione Europea, vale a dire 3 362 224 contro 3 056 027, trascurando però il fatto che per quel referendum le regole fissate dalla Costituzione ungherese erano diverse e che il quorum richiesto era solo il 25% di voti validi per una delle due opzioni.

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Nei giorni successivi Orbán ha parlato del sorgere di una “nuova unità” nel paese a proposito dell’emergenza migranti e conferma che la questione resterà al primo posto dell’agenda politica del suo governo: il primo ministro ritiene il 98% dei No un’investitura più che sufficiente per procedere a una riforma della costituzione che renda impossibile l’ingerenza della Commissione Europea per tutte le questioni riguardanti la composizione demografica ed etnica della nazione ungherese. La strada verso l’approvazione di questa riforma si mostra però piuttosto accidentata: la coalizione FIDESZ-KDNP non dispone infatti dei 2/3 dei seggi in parlamento ed è costretta a trovare un accordo con gli Jobbik di Gábor Vona, l’unica forza di opposizione favorevole a questo disegno di riforma costituzionale. Ma in cambio del suo appoggio Vona ha posto una condizione difficile da digerire per alcuni esponenti di spicco del partito di maggioranza relativa: l’abolizione delle cosiddette letelepedési kötvények, bond emessi dallo Stato ungherese per un valore unitario di 300mila € che consentono agli acquirenti di paesi terzi di ottenere un permesso di soggiorno nella UE al momento stesso dell’acquisto, di un permesso di residenza dopo sei mesi e di poter addirittura diventare cittadini ungheresi allo scadere del quinquennio di validità del titolo di Stato. Di questi bond, introdotti da una legge del 2012 proposta da Antal Rogán, attuale capo di gabinetto del primo ministro ungherese e capogruppo FIDESZ durante il precedente ciclo del governo Orbán, ne sono stati venduti 3975 secondo un recente articolo del quotidiano Magyar Nemzet, grazie all’intermediazione di cinque ditte (una ungherese, la Arton Capital Kft, le altre quattro hanno sede off-shore) che incassano commissioni che variano da 76mila a 93mila € per ogni affare concluso. Dietro queste ditte si celano persone vicine ad Antal Rogán, come una certa Radostina Balogh, bulgara residente in Ungheria ed ex compagna di studi del capogruppo FIDESZ, o ad Árpád Habony, il misterioso spin doctor ideatore della campagna xenofoba iniziata nel 2015, come Jonathan Chan, banchiere di Hong Kong che nel 2015 ha prenotato per Habony e la sua fidanzata un esclusivo giro turistico in elicottero al prezzo di 26500 dollari di Hong Kong (3138 €).

Grazie a questi bond, che consentono agli acquirenti di estendere ai propri familiari il diritto al permesso di soggiorno nella UE, si calcola che quasi 10000 extracomunitari – tra i quali spicca un faccendiere russo condannato in via definitiva per frode fiscale nel suo paese – abbiano acquisito il diritto di libera circolazione nell’area Schengen. Un numero ben superiore ai 1294 richiedenti asilo che l’Ungheria avrebbe dovuto accogliere secondo il tanto vituperato sistema delle quote. Secondo l’opposizione, la campagna xenofoba avviata da Orbán nel 2015 ha due scopi principali: rafforzare il consenso intorno al leader del FIDESZ (in declino rispetto al ciclo di governo 2010-2014) su un tema di forte impatto emotivo e distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai numerosi scandali che hanno coinvolto il partito di governo, come il fallimento delle società di brokeraggio Buda Cash e Quaestor, e personaggi ad esso vicini, come il presidente della Banca Nazionale Ungherese György Matolcsy, che ha dirottato quasi un miliardo di euro dalle casse dell’istituzione di cui è stato nominato capo nel 2013 verso una serie di fondazioni private poste sotto il suo diretto controllo.

 

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