Il nome di Ghaith Rashad Pharaon è balzato all’onore delle cronache magiare alla fine dello scorso ottobre, quando il settimanale Magyar Narancs ha scoperto che aveva acquistato una villa su una delle colline di Buda, in Cinege út 4-6, proprio di fronte alla casa di Viktor Orbán.

Classe 1940, figlio dell’ambasciatore saudita in Europa, Pharaon studia alla Colorado School of Mines, poi a Stanford e alla Harvard Business School. Durante gli anni Settanta è il secondo più importante investitore saudita negli Stati Uniti nei settori petrolifero e bancario, ma i soldi che investe non sono suoi: agisce come prestanome della BCCI (Bank of Credit and Commerce International), fondata dal pakistano Agha Hasan Abedi e implicata in attività illecite come il riciclaggio di denaro sporco per personaggi come Saddam Hussein, Manuel Noriega, Samuel Doe, Abu Nidal e Pablo Escobar. All’inizio degli anni Novanta Pharaon è coinvolto nell’inchiesta che porterà alla chiusura della banca d’affari pakistana: viene accusato dalla commissione d’inchiesta del Senato americano di frode, corruzione, riciclaggio, finanziamento di attività terroristiche, commercio illecito di tecnologie nucleari e favoreggiamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina. Da allora sulla sua testa pesa un mandato di cattura dell’FBI e figura nella lista dei ricercati dell’Interpol. Da venticinque anni risiede sul suo yacht Le Pharaon: nel 2006, al largo di Pantelleria, lo yacht viene bloccato dai Carabinieri e scortato nel porto dell’isola, ma invano: Pharaon non è a bordo.

Nel 2014, grazie all’aiuto di Zaid Naffa, console onorario di Giordania a Budapest, Pharaon ottiene senza problemi un visto per l’Ungheria e circola liberamente per il paese. Acquista vari immobili di prestigio, come il castello di Seregélyes. Entra in rapporti d’affari con István Tiborcz, genero di Orbán. Una delle ditte legate a Tiborcz vende l’ex sede della Postabank a una delle innumerevoli ditte fondate da Pharaon in Ungheria. Ma è dopo la scoperta dell’acquisto della villa di fronte alla residenza budapestina di Orbán che il caso esplode in tutto il suo clamore e il primo ministro è oggetto di numerose interrogazioni parlamentari. Orbán minimizza, parla di “giochi di intelligence americani”, un suo ministro prova goffamente a sostenere che si tratti di un caso di omonimia, che l’imprenditore saudita non sia “quel” Pharaon inseguito da 25 anni dall’Interpol. A inizio novembre il ministero degli interni dichiara ufficialmente che nessuna persona di nome Ghaith Rashad Pharaon si trova attualmente in territorio ungherese.

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