Alessandro Grimaldi e Laura Sgarioto

“I contadini del Burgenland, i popoli della Carinzia, i pastori delle valli alpine, gli yodeler tirolesi. Con la sola eccezione di  Vienna e del Voralberg, han tutti votato per Hofer. Vienna la Rossa, cos’altro potevamo aspettarci.. e il Voralberg,  non è realmente Austria.. è solo questione di tempo prima che la (vera) democrazia sia restaurata, perché in europa non c’è un equilibrio democratico ora. Dobbiamo prevalere e alla fine lo faremo”  è con queste parole squisitamente populiste che il discusso giornalista Zsolt Bayer inneggiava dalle colonne del giornale filogovernativo Magyar Hirlap alla vigilia delle presidenziali austriache all’anima vera del popolo opposta alla multiculturale e borghese Vienna.

Una settimana prima il capo del governo Viktor Orbán nel suo settimanale spazio radiofonico di un’ora e mezza su Kossuth Radio (la Radio uno magiara) tuonava contro l’Unione Europea che vuole impedire al suo governo di proseguire nella misura (demagogica) di rimborsare di sua tasca una percentuale delle bollette degli ungheresi, in vigore dal 2013. Viktor Orbán è stato il primo leader dell’unione europea a complimentarsi con Donald Trump per il suo straordinario successo e suo il primo ministro degli esteri ad andare in visita ufficiale da Erdogan dopo il tentato golpe; vanta grandi successi economici al di fuori della zona euro, è stato il paese più intransigente nell’opporsi all’arrivo di migranti sul suolo nazionale e al sistema delle quote, fino ad arrivare a un doloroso referendum carico d’odio perso nettamente, ma di cui ha rivendicato la vittoria de facto, i voti veri del popolo, il suo popolo. Tutte misure di cui andrebbero fieri molti dei movimenti populisti europei da UKIP alla Lega,  all’FPŐ di Höfer  che hanno riempito di ansia gli appuntamenti elettorali di questo 2016 che sta per concludersi, alla Le Pen, e ad Alternativ fur Deutschland, di cui parleremo tanto nel nuovo anno.
Tutti movimenti inquadrati sotto il cappello del populismo, nome nato nella Russia zarista e per buona parte del ‘900 confinato a designare la sinistra americana o certi leader sudamericani, ed ora usato largamente per una schiera di leader e movimenti politici europei irresponsabili e demagogici, di destra o destra estrema, che pescano nei ceti più poveri, frustrati da anni di globalizzazione, crisi, perdita di posti di lavoro e risentimento verso le elites politiche e finanziarie. Viktor Orbán é populista? ecco di seguito il populismo di Orbán nell’analisi di due importanti scienziati politici mondiali.

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Cas Muddle
Nell’ultimo numero di Foreign Affairs, il politologo olandese Cas Mudde, uno dei maggiori studiosi del populismo e dei movimenti estremisti europei, sceglie proprio Viktor Orbán come esempio per sfatare il mito secondo il quale il populismo europeo sarebbe un fenomeno episodico “che ha successo solo finché sta all’opposizione, ma che fallisce inevitabilmente quando giunge al potere”. Il caso dell’Ungheria dimostra invece che il populismo non è una mera strategia da campagna elettorale o uno stile di mobilitazione politica che i leader abbandonano una volta al governo. Da quando ha vinto le elezioni nel 2010, Orbán ha cominciato seriamente ad attuare il suo progetto di trasformare il paese in quel che, nel discorso del 2014 a Tusnádfürdő, egli stesso ha definito un nuovo “stato illiberale” basato su “principi nazionali”: il suo governo è infatti riuscito ad isolare e marginalizzare le opposizioni indebolendo le istituzioni statali, limitando la libertà di stampa con metodi che spaziano dall’iniziativa legislativa (ricordiamo la famigerata legge sui media finita nel mirino della UE nel 2011) all’intervento nel mercato dell’informazione di imprenditori filo-governativi (vedi i recenti casi dei portali web VS. e Origo e della chiusura del Népszabadság), e la creazione di nuove entità governative dotate di grande autonomia in mano a fedelissimi del FIDESZ.
Mudde evidenzia un’altra peculiarità del panorama politico ungherese: a essere populista non è solo il partito al governo ma anche una delle principali forze di opposizione, il partito Jobbik. Dalle sponde di quest’ultimo negli ultimi tempi è partita spesso nei confronti del FIDESZ l’accusa di aver saccheggiato a man bassa dal loro programma: Gábor Vona ha rinfacciato a Orbán che l’idea di un referendum e di una modifica costituzionale anti-immigrazione era già stata avanzata da Jobbik ben prima che entrasse nell’agenda del partito di governo.
Cas Mudde ritiene molto concreto il rischio di un’avanzata populista in Europa, considerato il consenso sempre maggiore che queste forze ottengono in ogni paese dell’Unione, ma è convinto che non dobbiamo temere per la democrazia: conclude infatti affermando che “l’ondata populista sia una risposta illiberale ma democratica a decenni di politiche liberali ma antidemocratiche”. Per arginare il populismo i politici liberal-democratici devono trovare nuove risposte alle questioni cruciali del XXI secolo – lavoro, globalizzazione, immigrazione – , riportarle al centro del dibattito democratico e offrire alternative coerenti e sensate alle proposte miopi e semplicistiche dei populisti.

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Manifesto elettorale del Populist Party, USA 1904

 

Jan Müller
Nel suo libro Cos’è il populismo? (University of Pennsylvania Press 2016) Jan Müller, professore del Dipartimento di Politica a  Princeton, esperto di totalitarismi e ‘900, caratterizza il populismo con due attributi: antipluralista e moralista.
Orbán rientra perfettamente nel profilo del populista  dell’analisi  di Muller.
Orbàn è antipluralista: non accetta i risultati delle elezioni del 2002 (perse inaspettatamente contro la sinistra liberista dopo un buon quadriennio di governo, allora affermò: “non si può permettere alla nazione di non governare”) e non riconosce la sconfitta subita al referendum sulle quote migranti, al contrario è il 38% di voti favorevoli ricevuto a rappresentare la maggioranza della nazione ungherese.
Orban è moralista: si pone come unico portavoce dei valori della nazione (e gli altri diventano hazaárulók, traditori della patria), ma lo è anche esplicitamente con la riforma della vendita dei tabacchi e i vetri opachi che ogni tabaccheria deve avere (tipo ambulatorio d’ospedale) in modo da non traviare  i giovani, la nazionalizzazione del gioco d’azzardo, l’introduzione dell’ora di etica obbligatoria nei licei. Diventa poi (insieme al Venezuela di Chavez) protagonista della seconda parte del libro quando si analizza il populismo al potere, che non perde le sue qualità di movimento di protesta (con le sue frequenti invettive contro l’Unione Europea e il finanziere statunitense di origine ungherese George Soros, preso nell’ultimo anno come antagonista, capo della grande finanza internazionale liberalista che si intromette e detta legge negli affari interni ungheresi), si basa su un clientelismo di massa, scambio di favori materiali e immateriali,  (segue da pag. 6) in cambio di voti, alla luce del sole: solo una parte del popolo è il vero popolo e merita il supporto dello stato con posti di lavoro e vanzamenti di carriera. Si crea così un nuovo strato sociale di fedelissimi asservito al potere. Istituisce un rapporto diretto col suo popolo governando con consultazioni nazionali, plebisciti, referendum.

 

 

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