Laura Sgarioto

La vittoria di Donald Trump, vista dalle rive del Danubio.

All’indomani della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, nei loro commenti gli esponenti dei governi europei quasi unanimemente prendevano atto con malcelato sgomento del risultato ed evidenziavano i rischi dell’avanzata dei movimenti populisti nei loro paesi.
Il quasi è d’obbligo perché in un paese dell’Unione Europea la notizia del successo di Trump è stata accolta con entusiasmo dai membri del governo in carica: questo paese è l’Ungheria di Viktor Orbán.

In realtà la reazione del primo ministro ungherese non ha colto nessuno di sorpresa: durante tutte le fasi della campagna elettorale americana, dalle primarie fino ai duelli televisivi tra i candidati dei due partiti, Orbán non ha mai nascosto la sua simpatia per il miliardario newyorkese, date l’evidente vicinanza delle loro posizioni su un tema cruciale per entrambi, l’immigrazione: la promessa di un muro sulla frontiera fra Texas e Messico, nonché la caratterizzazione degli immigrati come potenziali delinquenti e stupratori, non potevano che trovare consenso presso chi ha fatto erigere in tempi record una barriera di filo spinato lunga 175 km e alta 4 m per frenare l’afflusso dei profughi dalla Serbia, e nell’ultimo biennio ha promosso una campagna propagandistica dai toni esplicitamente xenofobi in vista prima di una consultazione nazionale nel maggio 2015 sul tema «immigrazione e terrorismo», poi del referendum del 2 ottobre contro il sistema delle quote di accoglienza dei richiedenti asilo approvato dalla Commissione Europea. A cogliere la forte affinità tra le due figure era stato anche il settimanale britannico The Economist, che nel dicembre dell’anno scorso aveva riunito sulla sua copertina Trump, Marine Le Pen e Orbán sotto il significativo titolo Playing with fear.

gli auguri di Orbán
La mattina del 9 novembre Viktor Orbán ha voluto salutare in inglese il trionfo di Trump sulla sua pagina Facebook: «Congratulations. What a great news. Democracy is still alive.» (con un articolo indeterminativo di troppo davanti a un sostantivo non numerabile come news, ma questi sono dettagli irrilevanti). Anche il giovane ministro degli esteri Péter Szijjártó ha scomodato la democrazia nel suo messaggio di congratulazioni, che sarebbe «uscita rafforzata da questa campagna elettorale fuori dal comune». Niente di più lontano dalle parole di Wolfgang Schäuble, ministro delle finanze tedesco, che nella sua intervista al quotidiano Bild del 10 novembre ha avvertito che «[i]l populismo demagogico non è solo un problema dell’America. Anche altrove nell’Occidente i dibattiti politici sono in uno stato preoccupante».
A fine novembre Orbán ha poi riferito del suo colloquio telefonico con Trump: il neo-presidente eletto lo ha chiamato e si è cordialmente intrattenuto con lui, manifestando la sua ammirazione per l’Ungheria. Da parte sua Orbán gli ha espresso tutta la sua soddisfazione per l’esito delle elezioni americane e la certezza che per le relazioni tra USA e Ungheria, caratterizzate da una notevole freddezza e tensione durante l’era di Obama, si inaugura un nuovo periodo di apertura e collaborazione.
Rispondendo all’invito di Trump a Washington, Orbán ha ricordato che è passato molto tempo dalla sua ultima visita nella capitale statunitense, poiché negli ultimi anni si è sentito trattare come una “pecora nera”.
E Trump, ridendo, ha ribattuto: “Be’, anch’io”.

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