Alessandro Grimaldi

Un’intervista con lo storico Stefano Bottoni, italo-ungherese, membro dell’Accademia delle Scienze Ungherese, un osservatore lucido e aperto della realtà magiara per uno sguardo più ravvicinato alla figura di Orbán. Un ritratto di un leader più complesso dei suoi colleghi.

Orban è populista?
Si.  Ma rispetto agli altri populisti che abbiamo attorno a noi in Europa ha dei tratti distintivi: politici e comunicativi. Orban è un politico tradizionale, un vero politico, di lungo corso, in politica da 30 anni. Parliamo di un politico consolidato con lunga esperienza di governo; quasi più un democristiano e non uno dei nuovi volti della politica. Orbán ha, poi, alle spalle un vero partito. Fidesz è all’interno del PPE, Orbán non ha mai voluto abbandonare il PPE, è una discriminante enorme, tutti gli altri “populisti” sono in altri gruppi, persino Kaczyński col suo PIS. A suo modo crede a Buxelles, dove d’altronde è un personaggio noto, non certo un neofita, ed utilizza fino all’ultimo i fondi europei, non sempre bene, ma tutti. É dentro il sistema, per cambiarlo dall’interno, un politico border line, per questo inviso alle elites europee, uno che rompe gli schemi, porta il populismo nel main stream e la politica “ufficiale” tra i populisti.

La sua comunicazione è molto raffinata, non è certo quella di Trump.
Assolutamente, fa analisi politica, discorsi ragionati, soprattutto a Bruxelles, lì le conferenze stampa sono più interessanti, che qui in Ungheria dove nessuno della stampa può metterlo alla corde.
Anche lui usa le masse, adunate, raduni, ma non ha certamente una presenza costante in TV. Lui appare in maniera misurata, non è sovraesposto sui media, si fa vedere sempre meno, il suo è un potere che emana attraverso altre figure e spesso si nota più per le assenze. Ci sono solo pochi momenti ben studiati in cui compare, penso a quando si è fatto riprendere a Debrecen mentre mangiava cibo ungherese, sono pochi momenti icastici. Ed è molto attento al linguaggio, ha un doppio tono, accenti diversi a seconda che sia a Bruxelles, Berlino o Budapest. Per ogni interlocutore ha una diversa faccia.
Si distingue anche per essere un politico pragmatico, uno in grado davanti a un ostacolo di arrestarsi, indetreggiare, ritirarsi, far finta di cambiare idea. L’ha fatto molte volte  in questi  anni, pensiamo alla chiusura domenicale dei negozi o alla tassa su internet: siamo passati ora a una riduzione dell’IVA che sembrerebbe rendere l’Ungheria il paese più internet friendly d’Europa.

Spesso però la politica di Orbán si caratterizza per posizioni e parole molto forti e aggressive, dichiaratamente antisistema
C’è anche un aspetto molto personale in questo. Quella di Orbán e dei suoi intimi è la storia di ragazzi di provincia, un po’ in questo mi ricorda Renzi, e della loro scalata al potere, a volte anche senza porsi tanti scrupoli, con ambizone smisurata. I ragazzi ce l’hanno fatta a raggiungere il potere contro la diffidenza e l’ostiità dei grandi poteri, quelli che contano in ogni paese: gli industriali e gli intellettuali, la finanza e le università. Un complesso di inferiorità del topo di campagna in città che é arrivato a insediarsi nello splendido parlamento ungherese e finalmente può dire: “ora ci siamo noi e vi dettiamo la linea; le regole del gioco le facciamo noi”.

Ha molto potere in Ungheria, un potere esclusivo, di un leader populista al vertice.
In Ungheria non c’è alternativa, le opposizioni sono divise e deboli. Ha molto potere, parla al popolo, ma questo è insito nella politica: Degaulle, Craxi, Berlinguer parlavano di popolo davanti a masse oceaniche. Lui costruisce una comunità con una fede spirituale, lo chiamano anche lider maximo, ma il problema vero  è la mancanza di alternativa. Per questo vince e vincerà. Sarà il suo terzo mandato consecutivo, il quarto in totale. Ma in politica per un leader di successo non è inconsueto: la Merkel correrà nel 2017 per il quinto mandato. E Orbán vincerà anche le prossime elezioni, sfruttando una congiuntura economica favorevole. Poi preparerà la successione, forse.

La sua politica spesso è volta ad escludere l’avversario: la nuova costituzione ungherese, voluta  dopo la vittoria a valanga di Fidesz del 2010, è stata scritta senza la partecipazione di altre forze politiche e se

nza un referendum confermativo.
Si, la costituzione non è una costituzione condivisa ma imposta a maggioranza, si sono detti legittimati dall’esito elettorale. L’altro problema è che finché hanno avuto i due terzi dei seggi in parlamento l’hanno cambiata svariate volte, sette  modifiche finora, non è certo la carta costituzionale immutabile.
L’esclusione delle altre forze politiche rientra nella generale demonizzazione dell’avversario, che accade in molti scenari politici. C’è stato un imbruttimento della nostra cultura politica, una distinzione manichea tra Bene a  Male, questo venti, trent’anni fa non succedeva, ci stiamo allontando dal modello di democrazia di massa del dopo ’45. Abbiamo solo posizioni totalizzanti, si creano sempre più comunità di esclusi, di indesiderabili. È qui che può vincere il populismo.

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