Alessandro Grimaldi

Il Padiglione dell’Arte di Budapest ospita una sontuosa mostra con alcune delle principali tele che hanno ritratto la storia, i paesaggi, gli abitnati dell’ Austria-Ungheria, l’età dell’oro della mitteleuropa.

Grandi ritratti di Francesco Giuseppe e Sissi, sopra la grande scalinata bianca del Műcsarnok (il Padiglione dell’Arte), accolgono i visitatori della principale mostra di questo freddo inverno di Budapest. Inaugurato nel fatidico 1896, l’anno del Millennio, dei festeggiamenti per i mille anni dell’arrivo dei magiari in europa, il Műcsarnok,  è ed è stato da allora il maggior spazio espositivo cittadino di arte contemporanea, con il merito di assicurare visibilità  nazionale e internazionale a molti artisti ungheresi (a parte Munkácsy poco noti, eppure basta farsi un giro per le sale della Galleria Nazionale Ungherese per ammirare capolavori assoluti, siano assalti a castelli, campi di papaveri o velocità su tela) o provenienti dai vari angoli di un grande impero che contava nove gruppi nazionali e cinque religioni ufficiali.
La mostra dei 120 anni del Műcsarnok si allunga nello spazio e nel tempo, per 50 anni di arti figurative in Austria-Ungheria da Vienna a Cracovia, da Zagabria a Praga, si rivive quello che i tedeschi chiamano Zeitgeist, lo spirito del tempo: un’epoca lunga e di grandi cambiamenti tenuta insieme dalla figura di Francesco Giuseppe, che troneggia qui nella prima sala (e la mostra è stata inaugurata il 20 novembre, nel centenario della sua morte) con Sissi e accanto a loro con barba folta e giovane e poi incanutito il conte Gyula Andrássy. Per loro la cultura (in primis la pittura), rivestiva un ruolo essenziale verso la nazione ma anche nella loro vita privata, furono coloro che guidarono la Monarchia in quella che divenne l'”età dell’oro” di impressionante sviluppo sociale, verso la modernità, lasciando tracce nella cultura europea visibili anche oggi.

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Rejtan, la caduta della Polonia – Jan Matejko (1867)

I 3M
“L’età dell’oro” ospita più di 200 opere divise in ordine cronologico e grandi correnti pittoriche, iniziando con lo storicismo e le grandi tele dei cosidetti 3M: Hans Makart, Jan Matejko e Mihály  Munkácsy: le tre “grandi star” dell’ epoca. In parete gli eventi epocali per la regione:  la battaglia di Varna, Eugenio di Savoia nella battaglia di Zentacontroffensiva di Hunyádi a Belgrado e i due matrimoni con cui gli Asburgo annettono nel 1515 Polonia, Boemia e Ungheria. Lo storicismo afferma le rivendicazioni nazioni all’interno della Monarchia: come in Rejtan, la caduta della Polonia (1866), immortale tela di Matejko, in cui la tragedia morale della prima partizione polacca (1773) diventa  anche allegoria del presente.  Dall’altro lato dela sala appare Nikola Zrinski, eroe nazionale croato ed anche ungherese, che difende Szigetvár dagli ottomani; lo spirito nazionale croato rinasce per opera del pittore, storico dell’arte e politico  Izidor Kršnjavi, che propugnava la conquista della libertà attraverso la cultura

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Crepuscolo – Károly Lotz (1870)

Il ritratto della nazione
Il paesaggio diventa lo strumento per esaltare la nazione con la sua terra, le campagne e il popolo che le abita. Al suo ritorno da Vienna, è a questo genere che si dedica con passione il grande Károly Lotz, celebre per i suoi soffitti neoclassici come quello del Teatro dell’Opera di Budapest, ma maestro anche nel  ritrarre i paesaggi dell’Alföld, la terra bassa, la puszta ungherese, quasi quadri a memoria per le future generazioni urbane (ma una di queste tele abbellì per molti anni anche la  residenza estiva di Gödöllő degli Asburgo), tra chiaroscuri e giochi di luce, vediamo all’orizzonte l’alba o la tempesta che si avvicina,  metafora della turbolenza della storia magiara.  Emil  Schindler (austriaco, padre di Alma Mahler!) lavora, su invito del principe Rudolf, a parte dei ventiquattro volumi di La Monarchia Austroungarica in parole e immagini, qui è esposto I raccoglitori di patate accanto a I bambini che giocano e Interrogatorio di László Pataky, con una povera contadina che piange: descrivere un popolo vuol dire a descrivere le sue sofferenze.

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Sarah Bernhardt – Alfons Mucha

 

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la città di Dis – Mirko Tacki (1906)

Fine secolo
Il canto del cigno dell’impero è la Secessione, qui rappresentata dalla sublime serie di Josef Maria Auchentaller per la stanza della musica dei signori Scheid, con i quattro movimenti della pastorale di Beethoven popolati di leggiadre muse velate, fino all’apparizione dell’angelo al termine della tempesta. Diventare nazione significava diventare europei, e la capitale culturale di finesecolo era Parigi, tappa obbligata per i giovani pittori della Monarchia: arriva nella mitteleuropa il simbolismo, con l’esaltazione del mondo degli istinti e dell’eros, i demoni del gruppo della  Młoda Polska (giovane Polonia) e gli splendidi manifesti in stile calligrafico di Mucha, per la grande Sarah Bernard, la diva dell’opera, e le sue illustrazioni della storia dei popoli slavi.
Il mondo che cambia è fatto di grandi città ed è intriso di inquietudine, Cracovia è sempre dipinta d’inverno, con gli alberi spogli lungo la salita del Wavel; i vicoli di Praga di Swabinsky e Schinkauer sono stretti e bui.
Rivendicare la nazione vuol dire far entrare la propria lingua nel grande alveo delle lingue europee: si traducono Shakespeare e Dante, di grande forza espressiva il Dante di Mirko Račkinak in la città di Dis (1906) illustrazione per la prima traduzione della Commedia in croato, con fiumi di lava bollente, teschi in cima a pali, quasi una Venezia rossa in un film con Tom Hancks.  Nella parte ungherese è esposto Nonna (1894), il primo grande successo parigino di Rippl Ronai, un intimismo che commuove. In un altro angolo della Monarchia, la Transilvania, allora magiara, ospitava la colonia di artisti di Nagybanya. Il grande esponente della prima generazione di questa scuola era Károly Ferenczi anche lui presente con uno dei suoi quadri più sigificativi: Sulla cima della collina (1901) quasi un “ritratto della natura”

I minatori in preghiera di Oszkar Glacz, ci ricordano che Nagybanya era anche una delle grandi città minerarie della Monarchia.

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Agitatori – Karoly Kernstok (1907)

Novecento
Il primo novecento vede i giovani artisti abbandonare il Műcsarnok, considerato troppo istituzionale. Nel 1906 scoppia la crisi politica in Ungheria e si rinnovano le tensioni antiasburgiche, con sussulti visibili anche nell’arte: ritorna il realismo, i temi sociali e la fatica dei campi, le proteste in fabbrica di Agitatori (1897) di Károly Kernstok (famoso anche per alcuni tra i più eleganti mosaici a vetro di Budapest) sconvolsero Francesco Giuseppe. Poi lo scoppio della Grande Guerra, che chiude l’epoca d’oro. Zemplényi dipinge con colori caldissmi contadini in silenzio inginocchiati nei campi che pregano per la pace.
Il Műcsarnok è a Budapest in piazza degli Eroi. La mostra è aperta fino al 12 marzo.

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