Mattia Collini

Ungheria, da una transizione di successo ad una democrazia autoritaria

“Orbán”, “euroscettica”, “autoritaria”, ma anche “filorussa” ed “anti-immigrazione”, la politica ungherese di oggi è per molti questa. Le cose però non sono sempre state così, e fino a pochi anni fa, l’Ungheria, paese ponte tra Europa Occidentale ed Orientale, era una realtà ben diversa.
Dopo una rapida e pacifica transizione, concertata tra opposizioni e vecchio regime, dagli anni ’90 l’Ungheria ha vissuto una rapida ridefinizione del sistema partitico che l’ha portato ad essere un paese politicamente molto stabile, con assetto politico istituzionalizzato fondato su un sistema bipolare imperniato tra socialisti e Fidesz, un vero esempio per l’intera regione.

È negli anni ‘90 che va collocata l’ascesa di Fidesz, il partito di Orbán che, da piccolo partito di giovani liberali anticomunisti, diventa un partito conservatore e popolare che ridisegna il centrodestra magiaro divenendone il perno, andando per la prima volta al governo nel 1998.

Dall’altro lato, la sinistra ungherese è stata a sua volta il caso di maggior successo in tutta la regione: forza convintamente pro-europea e filo-occidentale,  cosmopolita e progressista, ha abbracciato senza indugi la svolta liberale, la terza via di Tony Blair, che raggiunge il culmine con la leadership di Ferenc Gyurcsány, contribuendo ad innovare il panorama e lo stile politico ungherese. Questo rapido adattamento dell’MSZP era dovuto in parte dalla necessità di legittimazione internazionale, in parte dal suo essere l’ideologia progressista dominante ma, soprattutto, anche alla natura prettamente pragmatica e tecnocratica di gran parte dell’élite MSzP.

Il declino parte dal maggior successo, ottenuto nel 2006 con la riconferma al governo di Gyurcsány. Poco dopo le elezioni, infatti, divenne pubblico un discorso (teoricamente riservato) in cui Gyurcsány ammetteva, con parole molto dure, la situazione critica delle finanze pubbliche che era stata tenuta deliberatamente nascosta fino ad allora. Alla diffusione del discorso seguirono rivolte e scontri a Budapest, a tutt’oggi i più violenti dal ’56, ed una pesante sconfitta del centrosinistra alle elezioni amministrative. Ciò nonostante, Gyurcsány e l’MSzP riuscirono a superare questa crisi. Ciò che ha al momento, irrimediabilmente segnato il declino del partito socialista è stata la crisi economica del paese, affiancata da scandali di corruzione e da una serie di riforme impopolari. Questo ha portato, assieme ad una rapida impopolarità, conflitti interni al partito e la fine dell’era Gyurcsány, sostituito nel 2009 dal governo ‘tecnico’ di Bajnai.

Nonostante un cambio al vertice, a partire dalle Europee del 2009 i socialisti hanno pagato pegno per la gestione degli anni precedenti, imputata soprattutto a Gyurcsány – rapidamente divenuto il politico più impopolare d’Ungheria – e inasprita dall’austerità imposta dal governo di Bajnai. Alle elezioni del 2010 i socialisti ottennero il peggior risultato dal 1990, consegnando il paese nelle mani di Orbán, forte di una maggioranza dei due terzi del parlamento. A ridosso e, soprattutto, dopo il terremoto elettorale del 2010, si è assistito ad una profonda ridefinizione del sistema partitico ungherese: da un lato il predominio assoluto di Fidesz e l’ascesa di una nuova forza di destra radicale (Jobbik), dall’altro, la crisi di tutto il campo progressista, con la scomparsa dei liberali dell’SzDSz (storici alleati dei socialisti) e la nascita di un nuovo partito verde liberale, LMP.

Il tutto si è poi acuito con la frammentazione di una sinistra già in crisi, data dalla scissione dell’MSzP (DK), la nascita di nuovi movimenti politici come quello dell’ex primo ministro Bajnai (Egyutt – “Insieme”). Da un punto di vista ideologico, dopo Gyurcsány, i socialisti hanno tentato di riportarsi su posizioni più di sinistra, mantenendo comunque una forte identità pro-europea. Dopo tre segreterie (Attila Mesterházy, József Tóbiás, Gyula Molnár), restano però un partito in forte declino, senza realistiche prospettive di ripresa, minati da una comunicazione inefficace e posizioni spesso troppo difensive. Pagano inoltre la concorrenza di DK, il partito di Gyurcsany (una vera nemesi per l’MSZP) con cui condividono gran parte dell’elettorato, sempre più limitato allo ‘zoccolo duro’ rimasto fedele dopo il 2010.

dal numero di gennaio di Danubio, qui in pdf: https://danubioonline.wordpress.com/numeri/

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